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Baristi suicidi, l'Ascom pensa a un numero verde

Dopo due casi nel giro di 48 ore, l'associazione di categoria scende in campo e pensa a un sostegno psicologico. Sono 197 le licenze dentro le mura, a Treviso. Troppe: il Comune ha messo una moratoria triennale, dal 2009 al 2001

TREVISO. Un numero verde per gli esercenti in difficoltà. Oppure, in accordo con una struttura esterna, un ufficio capace di dare loro un sostegno psicologico. L'Ascom sta ragionando intorno a questi due progetti, consapevole del fatto che non bastano corsi e carte bollate per essere vicina ai suoi iscritti. Soprattutto oggi, di fronte a una crisi che ha portato, in pochi giorni, al suicidio di due baristi.

Lunedì scorso Cristian Fabris, amatissimo barista di piazza San Leonardo, centro storico di Treviso, si è tolto la vita. Martedì ad Altivole Fabio Barbazza si è suicidato nella sua birreria di Altivole, aperta solo un mese fa.

Tragedie personali, dietro le quali sembrano esserci anche problemi di natura economica. Una drammatica coincidenza, certo, ma forse anche un campanello dall'allarme: negli ultimi anni in Provincia di Treviso sono stati inaugurati tanti, troppi pubblici esercizi: sono quasi quattromila (3.885 iscritti Ascom), soprattutto bar, la maggior parte dei quali aperti da persone senza la necessaria esperienza. Fino a qualche anno fa sembravano solo rose e fiori, la crisi non c'era, la concorrenza si sentiva meno o forse si sopportava meglio.

Ma dall'autunno 2008 la situazione è precipitata, tanti i fallimenti, troppi. Ogni anno, mediamente, un quarto degli esercizi in attività salta, c'è quindi un turn-over sfrenato, fuori uno dentro un altro. Con le spese di gestione alle stelle, il personale che costa, i fornitori che bussano, i clienti che spendono sempre meno, i debiti che lievitano. E così l'ansia ti imprigiona. «In una situazione di crisi generale - dice il presidente dell'Ascom-Confcommercio Guido Pomini - può capitare che particolari situazioni di difficoltà personale portino qualcuno a non saper gestire certi problemi. Ma attenzione: non bisogna assolutamente fare un collegamento diretto tra simili tragedie e la crisi del settore.

Detto questo, c'è da ricordare che, con le liberalizzazioni di Bersani, sono saltati diversi filtri per l'accesso alla professione di esercente. E così, forse, qualcuno è entrato in un mercato difficile non perfettamente consapevole. A questo aggiungiamoci il fatto che la nostra società è sempre più chiusa, che le persone in difficoltà trovano sempre meno qualcuno che le ascolti, e il quadro è tracciato. Proprio per questo - continua Pomini - stiamo pensando di creare un numero verde o una struttura di sostegno. Ma la rete sociale resta fondamentale».

Sempre dall'Ascom, Luca Bertuola dell'ufficio sindacale ricorda: «Nel 1998 ci sono state le liberalizzazioni del commercio di Bersani, mentre nel 2008 è entrata in vigore la nuova legge regionale per i pubblici esercizi, che ha eliminato i vincoli di distanza tra un locale e l'altro, che quindi possono aprire anche vicinissimi; ed è pure saltata l'iscrizione al Rec, sostituita da corsi di formazione obbligatori. Oggi assistiamo oggettivamente a un turn-over elevato, perché quello dell'esercente pubblico resta un lavoro estremamente difficile, che richiede tra le altre cose anche un notevole livello culturale. Nonostante la crisi però,
la voglia di mettersi in proprio, di investire i propri soldi in un bar o altro locale simile resta molto forte, e questo è comunque un bene».

Franco Zoppè, presidente della Fipe: «Dico sempre ai giovani: non ci si improvvisa gestori, altrimenti la crisi può avere effetti devastanti».

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