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Marca sempre più verde padano
53 sindaci su 95 sono della Lega

Nella provincia più leghista d’Italia - dove il 48% ha votato Lega e il 70% ha scelto Zaia presidente -  sette comuni su dieci sono governati da amministratori eletti sotto il simbolo della Lega nord

I fazzoletti verdi vanno a ruba. Nella provincia più leghista d’Italia - dove il 48% ha votato Lega e il 70% ha scelto Zaia presidente - il Carroccio adesso conta cinquantatrè sindaci su 95, in altri quindici municipi la Lega può ascrivere a sè il vice sindaco o una pattuglia di assessori. Insomma: sette comuni su dieci sono governati da amministratori eletti sotto il simbolo della Lega nord. Venti i sindaci del Pdl, tre quarti dei quali costretti alla coabitazione con giunte padane, appena ...

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I fazzoletti verdi vanno a ruba. Nella provincia più leghista d’Italia - dove il 48% ha votato Lega e il 70% ha scelto Zaia presidente - il Carroccio adesso conta cinquantatrè sindaci su 95, in altri quindici municipi la Lega può ascrivere a sè il vice sindaco o una pattuglia di assessori. Insomma: sette comuni su dieci sono governati da amministratori eletti sotto il simbolo della Lega nord. Venti i sindaci del Pdl, tre quarti dei quali costretti alla coabitazione con giunte padane, appena diciotto quelli di centrosinistra. E quattro i comuni «non allineati».

Dopo il ballottaggio di Castelfranco - che ha consegnato a Luciano Dussin la fascia tricolore - emerge sempre più chiaramente il colore dominante di questi anni: è una Marca a tinta unita.

Da Borso del Grappa a Sarmede, da Segusino a Meduna di Livenza - ma passando per il capoluogo Treviso, per l’ex roccaforte rossa Mogliano, per la blasonata e tricolore Vittorio Veneto ed ora per la storica Castelfranco - è tutta una pennellata di verde padano. Sono passati quasi trent’anni dalla sorprendente elezione a Palazzo Madama (1983) del senatore «mudanda» Graziano Girardi da Farra di Soligo, quasi venti dal primo sindaco leghista Bepi Covre (Oderzo, 1993), più di dieci dal primo presidente di Provincia Luca Zaia (1998). Adesso la Lega - quattro ministri, due governatori pesanti, quattrocento sindaci - non ha più paura di nessuno. Da materia di ricerca per giovani studiosi è diventata argomento di volumi scientifici. Ma si trova, paradossalmente, nel momento più delicato: quello della maturità, dei pompieri che prendono il posto degli incendiari. «Gente, territorio, solidarietà» spiega a memoria Toni Da Re, ruspante segretario provinciale della Lega e da pochi mesi anche sindaco a Vittorio Veneto. Che ieri sera s’è messo a tavolino ad aggiornare la mappa dei sindaci «nostri».

Tra i più attenti analisti del fenomeno Lega il docente trevigiano Paolo Feltrin, che ha azzeccato quasi al decimale il risultato elettorale del Veneto. Ma guarda già oltre. «Il tema ora non è come la Lega governerà i nuovi comuni conquistati - spiega Feltrin - perchè questa è una prova che è già stata superata vent’anni fa, amministrando quartieri, città, consorzi, province. Le capacità amministrative ci sono, semmai le differenze sono tra Nord e Sud. Adesso la Lega governa a Roma e presiede due regioni importanti, oltre che una vasta platea di amministrazioni comunali. Piuttosto, il tema che si profila oggi è come la Lega riuscirà a gestire la delusione. Perchè per valutare bene questo periodo c’è bisogno di un tempo lungo: cinque, dieci anni. Spesso ci siamo accorti del buono o del cattivo lavoro di un politico a distanza di un decennio o anche più. Ma il tema vero è la gestione delle aspettative. E’ quello che è successo in Emilia Romagna, dove il Pci per mezzo secolo ha promesso la rivoluzione socialista ma costruendo in realtà il capitalismo». Parafrasando il compianto scrittore Edmondo Berselli, insomma, tra qualche anno potremo ritrovarci sotto lo stesso albero ad ascoltare un vecchio segretario del Carroccio spiegare ai soliti scettici: «Cos’era la Padania? Ma è chiaro, era il Veneto democristiano gestito da noi».