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Porno-impiegata a Treviso: truffa allo Stato

La Procura ha chiuso le indagini sulla dipendente della Prefettura che si prostituiva in malattia. Le prestazioni a 100 euro l’una, ma c’erano clienti che se ne andavano: è brutta

TREVISO. Truffa aggravata ai danni dello Stato: con questa contestazione la Procura ha chiuso ieri mattina l’inchiesta nei confronti dell’impiegata della Prefettura che si sarebbe prostituita mentre era in malattia. Sotto accusa anche l’amico che le affittava l’appartamento di Povegliano: M.C. deve infatti rispondere di favoreggiamento.

Una decina, stando agli atti dell’indagine, le prestazioni (100 euro l’una) contestate alla donna: O.L., 54 anni, avrebbe ricevuto i clienti nel corso di tre giorni di maggio dello scorso anno, poi tra il 22 giugno e il 31 agosto e ancora fino all’11 ottobre: periodi durante i quali era assente dall’ufficio di piazza Borsa per un problema di depressione. Problema, questo, attestato da 11 certificati di malattia e da quelli relativi alle 18 visite fiscali.

Gli accertamenti nei confronti della donna scattano a seguito delle segnalazioni di alcuni residenti del palazzo di Povegliano dove la signora si prostituiva: gli abitanti, con una denuncia del 31 agosto, lamentano un insolito viavai di uomini. Il primo settembre i carabinieri del Nor di Treviso organizzano un appostamento a cui fanno seguito le intercettazioni telefoniche su nove utenze, in dotazione alla donna e al coindagato. I militari fermano un cliente appena uscito dall’abitazione della signora: «Avevo visto la foto sul sito - ha detto l’uomo - la donna che mi ha ricevuto era diversa da quell’immagine, molto più brutta: considerata la situazione ho accettato comunque il rapporto sessuale», ha dichiarato lo spaurito cliente ai carabinieri. Che, a questo punto, hanno voluto verificare di persona. Un militare, fingendosi cliente, ha suonato alla porta dell’appartamento di Povegliano: quando la signora le ha aperto la porta (e ha così accertato che si trattava dell’impiegata della Prefettura), ha fatto marcia indietro dicendo di aver cambiato idea, che lei non gli piaceva.

Una decina, dunque, le prestazioni che gli inquirenti contestano all’impiegata in quanto consumate durante il periodo di malattia. «In realtà gli appuntamenti erano tutti fissati nel tardo pomeriggio, tra le 16.45 e le 17.55 oppure tra le 17 e le 18.30 quando gli uffici della Prefettura erano già chiusi, quindi fuori dall’orario di lavoro», afferma uno dei difensori, l’avvocato Mauro Bosco.

La donna, che in questa vicenda è sostenuta dal marito, respinge dunque tutte le accuse della Procura
sostenendo appunto che il suo secondo «lavoro» non interferiva in alcun modo con quello in Prefettura. L’impiegata avrà ora 20 giorni di tempo presentare una sua memoria agli inquirenti.

Intanto è sempre aperto nei suoi confronti il procedimento disciplinare: rischia il licenziamento.

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