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Visionee e il Cubo della fortuna

Telecom Italia ha scelto l’originale decoder di ultima generazione inventato a Ponzano Veneto dell’equipe di tecnici di Visionee, piccola azienda che balzerà da 4 a 80 milioni di euro di fatturato

TREVISO. La rivoluzione digitale in Italia passa per un Cubo. Per lanciare la sfida globale ai grandi network e rendere accessibile a tutti i suoi clienti i contenuti internet senza rinunciare al televisore, Telecom Italia ha scelto l’originale decoder di ultima generazione inventato a Ponzano Veneto dell’equipe di tecnici di Visionee, piccola azienda che balzerà da 4 a 80 milioni di euro di fatturato in un batter d’occhi.

Tutto grazie alla maxi-commessa assicurata appunto da Telecom, primo operatore telefonico con milioni di clienti in tutta Italia, che ha sposato il progetto Cubo lanciato in pompa magna sul mercato nazionale il 13 dicembre scorso dallo stesso amministratore delegato di Telecom Franco Bernabé. «E’ un prodotto sviluppato e realizzato interamente da noi» racconta Nicoletta D’Eredità, socio e amministratore della società fondata da Mauro Fantin, ex patron di Telsey di Quinto, uscito dalla società per dare vita a questa sua nuova creatura insieme a Graziano Simonato e Fabio Radin, protagonista oggi di una crescita unica, spinta da la continua ricerca dell’innovazione.

«Siamo partiti il maggio scorso al buio, pensando che questo Cubo fosse la soluzione ideale per chi volesse condensare in un solo strumento da attaccare alla televisione un decoder digitale, un archivio dove archiviare centinaia tra film, canzoni, oltre ad una serie di servizi dedicati che saranno però ad appannaggio di Telecom che saranno controllabili tramite il solo telecomando. Noi gli abbiamo proposto solo la piattaforma che è piaciuta perché permette a tutti in maniera immediata di entrare nel futuro interattivo della tivù. Siamo partiti quindi con una prima tranche di 40.000 pezzi e dovremo consegnarne altri 600.000 nei prossimi mesi».

Una montagna da scalare per i 27 addetti della giovane impresa nata nel 2002, 17 dei quali sono tecnici e ingegneri impegnati in ricerca e sviluppo. «Abbiamo molte idee in testa ma al momento ci manca il tempo di svilupparle dopo il lancio di Cubo - dice D’Eredità -. Il problema vero per noi rimangono però i finanziamenti. Non sempre siamo in grado di sostenere lo sviluppo di progetti ad alto contenuto tecnologico perché il concetto di investire sulle conoscenze e non solo sulle macchine e i capannoni non sempre passa tra gli operatori finanziari». Ma come sostenere quindi una crescita così imperiosa? «Ci stiamo guardando intorno per aprire il capitale a nuovi soci e stringeremo partnership con soggetti che producono alcune componenti di Cubo. Per ora assembliamo alla Finmec di Padova, che grazie alle nostre commesse ha richiamato parte dei dipendenti in cassa integrazione».

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