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MARCA A LUCI ROSSE

Massaggi a luci rosse
sequestrate tre sale

L’unico cliente che aveva telefonato per prenotare veramente una lampada era stato respinto. «Mi dispiace, siamo pieni. Non c’è posto. Richiami fra un mese». Già. Il «core business» dei tre centri benessere sequestrati ieri nella Marca era piuttosto un «hard core business».

I «veri» clienti, infatti - commercianti, imprenditori, agenti di commercio - sapevano che in quei tre centri, il benessere non lo procuravano le lampade a raggi ultravioletti, ma i «massaggi integrali» che giovani sudamericane o dell’Est europeo facevano con un sovrapprezzo dai 30 ai 150 euro, a seconda della prestazione. Sono, o meglio erano, perchè sono stati sigillati, l’Eden di via Roma 145 a Carità di Villorba; «La Casa Rossa» di Castelcucco in via Valli 33; l’«Elite» di via Feltrina 48 di Crocetta. Quest’ultimo locale all’interno di un centro commerciale. Tutti gli immobili sono stati oggetto di sequestro preventivo da parte delle Fiamme Gialle, per un valore di 700 mila euro. Ieri un blitz perfezionato dal Nucleo di polizia tributaria di Padova diretto dal maggiore Antonio Manfredi (e coordinato dal pm padovano Sergio Dini che sta indagando su un «giro» di squillo che si autoalimenta grazie ad alcuni siti web di annunci hot, fra cui «www.cercoamicivip») ha scoperchiato il malaffare di tre «fabbriche del sesso» trevigiane, dove prestavano la loro opera 12 massaggiatrici attive a rotazione dalle 10 di mattina alle 7 di sera. Autentiche «fabbriche del sesso» che facevano guadagnare a gestori e titolare fino a cinquemila al giorno. Nei guai un’intera famiglia di Resana - il padre Giorgio Longato di 50 anni; e i due figli (anche se solo il papà è stato denunciato per reati connessi al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione) - che gestiva i tre centri benessere. Il sistema era semplice: Longato permetteva alle ragazze di usufruire degli spazi dei centri benessere di sua proprietà in cambio di un piccolo affitto. I clienti, oltre ai soldi per le prestazioni sessuali, dovevano comunque pagare 60 € di ticket d’ingresso che andavano al gestore. Per arrivare a dimostrare che le ragazze accettavano soldi in cambio di sesso un finanziere agli ordini del colonnello Ivano Maccani si è finto cliente. E per non farsi scoprire, appena si è messo d’accordo su prestazione e tariffa ha chiesto di poter pagare con il bancomat. Quando la giovane
gli ha risposto di no, lui ha detto che sarebbe ritornato con i contanti: una promessa mantenuta a metà. L’inchiesta di Dini ha permesso di denunciare 21 reati connessi allo sfruttamento o al favoreggiamento della prostituzione e di sequestrare inmmboli per un valore commerciale pari a 1 milione.

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