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«Nelle nostre aziende nessuna concorrenza»

Dalla Ggp alla De’ Longhi gli italiani scartano i posti più bassi

 TREVISO. «Nelle aziende della Marca non c’è concorrenza tra italiani e stranieri». Mentre gli inglesi nel Regno Unito strillano contro gli italiani arrivati nell’isola per lavorare, dentro le aziende della Marca tutto tace. Nessun conflitto tra immigrati e trevigiani all’orizzonte, secondo il portavoce della Ggp di Castelfranco Veneto, mille addetti, di cui il 50% da oltre confine. Operai comunitari ed extra europei di venti diverse nazionalità che ogni giorno si confondono con gli italiani lungo le linee di produzione sulle quali vengono assemblate le macchine per il giardinaggio.

«Non ci sono sovrapposizioni al momento, manca qualsiasi avvisaglia di conflitto nelle nostre fabbriche - fanno sapere - la crisi ha ridotto in alcuni casi i posti di lavoro ma a mancare sono le richieste di lavori di fascia bassa da parte degli italiani, presupposto che ha fatto parlare gli inglesi di lavoro rubato. Le mansioni lasciate agli stranieri non sono al centro di una contesa». Il travaso avvenuto in paesi in crisi come l’Inghilterra, che ha visto i workers inglesi rivendicare per sé quei posti occupati oggi dagli stranieri, da noi non ha avuto ancora seguito.

«Le mansioni tra le due categorie nelle grandi imprese trevigiane sono ancora ben distinte - raccontano ancora -. Non escludiamo possa avvenire in futuro ma finché la domanda di lavoro da parte dei trevigiani per mestieri a bassa specializzazione non ripartirà, sembra difficile potere ipotizzare uno scenario del genere». Tra le aziende di grosso calibro con un’alta incidenza di stranieri c’è anche De’ Longhi, dove negli stabilimenti trevigiani un lavoratore ogni cinque è «forestiero», in molti casi professionalmente formato, che ha messo ormai radici nella Marca.

«Non ci importa più se l’occupazione è affidata a un italiano o straniero, quando assumiamo guardiamo al risultato e dopo anni di integrazione le differenze professionali tra italiani e non si sono riassorbite», spiega Massimo Rossi, responsabile della Zorzi, ditta leader specializzatasi nella produzione di rimorchi per autocarri grazie anche all’apporto di maestranze di diversa origine.

«Credo sia una protesta puramente legata alla Gran Bretagna, non ne vedo riflessi in Germania o in Francia. Ormai è dal Duemila che a da noi c’è stato uno scambio proficuo tra operai provenienti dal territorio e quelli arrivati da fuori. Il dissenso può forse riguardare il pensiero
personale di cittadini, ma nelle fabbriche l’integrazione si è completata. Credo, perciò, che sarebbe una contraddizione storica se lavoratori e imprenditori italiani seguissero il solo requisito della nazionalità. E’ un processo irreversibile dal quale penso non si possa tornare indietro».

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