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Medio Oriente. L’alto prezzo da pagare a paura e debolezza

L'opinione

Anche alla luce della mattanza di ieri sarebbe davvero un singolare paradosso se la storia regalasse a Donald Trump un Nobel per la pace, come lui e il suo caravanserraglio reclamano dopo il successo coreano. Con il suo sostegno incondizionato al governo di Netanyahu il presidente americano si è fatto complice dell’esecutivo più debole e perciò più aggressivo fra quelli al potere nei 70 anni di vita dello Stato ebraico, rispetto al quale perfino il decisionismo di un “duro” come Ariel Sharon appare mansueto. Armando la mano a questa compagine governativa per chissà quale avventura domani come per la repressione della manifestazione palestinese ieri, è come se Trump avesse comandato il plotone di tiratori scelti che hanno lasciato sul terreno di Gaza tanto orrore. Le vittime di ieri si aggiungono a quelle che ogni venerdì cadono sfidando il divieto israeliano di avvicinarsi alla linea di separazione fra lo stato ebraico e la striscia di Gaza.

Una difesa così determinata, che impegna non poco le forze di Tsahal, è motivata in vario modo. Sicuramente il serpentone umano che da quattro settimane si snoda in parallelo con le mura invisibili della città percepita come padrona inquieta, in una regione dove simboli e anniversari contano e feriscono, chi si sente minacciato in casa da quella che un nemico di Israele definisce, purtroppo non arbitrariamente, “la più grande prigione a cielo aperto”. Negli anni le grida di rabbia e di dolore provenienti da lì sono state raccolte, convogliate, usate, da un movimento radicale islamico, Hamas, che non ha mai accettato di rinunciare al vetusto dogma panarabo della “distruzione di Israele”.

Per questo ha sofferto e pagato, in termini di vite umane e di stenti, un prezzo altissimo. Indebolito dall’usura del tempo e dal fallimento dell’intesa con il partito di Abu Mazen che si occupa invece dei territori occupati in Cisgiordania, Hamas avrebbe rinunciato, secondo Netanyahu, al solito rito dell’Intifada per convogliare, attraverso la “marcia del ritorno” (questo il nome del serpentone) il biasimo del mondo su Israele.

E questo, proprio nel momento in cui il paese ha lanciato una “operazione simpatia” che va dal turismo al ciclismo alla musica per rifarsi il cerone grazie alla vittoria riportata dai suoi governanti aperti, cordiali, occidentalissimi, contro quegli zotici barbuti degli ayatollah iraniani. Invece è andata come è andata. Il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, visto in Tv sembrava una fiction sud-americana, mentre per evitare che anche un solo incidente turbasse Ivanka e suo marito Kouchner, gran visir di Trump per il Medio-Oriente, l’esercito sparava in maniera tale da uccidere 52 manifestanti, ma soprattutto da ferirne duemila cinquecento: una cifra che dimostra con quanto odio i giovani soldati di Israele tentino di rimuovere l’incubo di un impossibile ritorno dei palestinesi nelle terre da cui furono scacciati 70 anni fa.

Tanto odio dimostra purtroppo che troppi giovani israeliani non riescono a immaginare un futuro, se non di violenza. Uomini prestigiosi, intellettuali di grande coraggio, amici da ogni parte del mondo hanno sognato e difeso la possibilità di un’integrazione reale fra arabi e ebrei. Tutto sembra oggi smentirli. I governanti in carica da molti anni dicono ancora di volere due stati, ciascuno libero e sovrano, come ormai sembra inevitabile anche per ragioni demografiche.

Ma ne parlano sempre meno, trasferiscono la capitale nella Città Santa dove nessuna fede può prevalere sulle altre due di cui è culla, non sanno che fare del ghetto di Gaza, punito perché Hamas dice ancora di voler distruggere Israele: ma quando iniziarono i negoziati felicemente conclusi con Arafat, questa stessa clausola era nello statuto dell’Olp, da cui disparve per la forza della storia. Ma quale storia? Quella che Netanyahu

spera di poter scrivere come unico dominus dell’atomica nella Regione? Troppi dirigenti israeliani ignorano o hanno dimenticato che Theodore Herzl, il padre del sionismo, diceva che quanto di peggio possa accadere a un popolo è “gridare coi lupi”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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