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La lezione da impartire a sfascisi e crani rasati

L'opinione

Gli skinheads, così come si sono fatti conoscere in questi anni nei loro tour, fanno più paura per le loro attività sulle tribune degli stadi che per i loro proclami patriottici porta a porta nei luoghi dell’accoglienza pro immigrati. Più che fascisti sembrano sfascisti. Tanti slogan sgangherati con in braccio alzato, è vero, tante svastiche disegnate sulla parte posteriore del cranio rasato e forse vuoto. Ma soprattutto scazzottate con le tifoserie avversarie, assalti ai pullman della squadra pretestuosamente nemica, devastazioni di reti protettive. A Como, come si sa, gli skinheads si sono improvvisati pubblici ministeri contro miti volontari che si prendono cura di neri e musulmani: beh il farsesco prevale sull’allarme, il patetico sullo sdegno. E siccome essi hanno agito sulle rive del lago di Renzo e Lucia, ma sono per la maggior parte sono soldati di un Fronte lagunare, la memoria corre al raid dei Serenissimi che si presentarono in piazza San Marco con un trattore agricolo travestito da carro armato e poi sventolarono dalla vetta del campanile la bandiera della Liga Veneta.

Sottovalutare l’irruzione comasca archiviandola come innocua arlecchinata? Assolutamente no. Definirla una gazzarra senza conseguenze? Nemmeno. La storia ci insegna che l’incendio comincia con un mozzicone di sigaretta trasportato dal vento su un mucchio di foglie secche. Ma forse alla solidità di una democrazia non abbastanza vecchia per dirsi al sicuro, nuoce di più un altro tipo di gazzarra: quella inscenata dalla politica a caccia di visibilità, in assenza di idee nuove.

Le elezioni regionali e politiche sono alle porte. Renzi: «Condannare senza se e senza ma». Boldrini: «C’è bisogno di una mobilitazione generale». Salvini: «Il problema non sono i presenti fascisti, ma Renzi». Fuochi d’artificio a volontà quando le cronache raccontano che davanti alla intimidatoria violazione della privacy nella sede di “Como senza frontiere”, i presenti non hanno fatto una piega. Usciti gli ospiti, hanno chiuso la porta e sono tornati a domandarsi com’è possibile “farsi prossimo” secondo la profetica lezione del cardinal Martini.

Sempre in Lombardia alla fine degli anni’70 ci fu un episodio, più grave, che può insegnare qualcosa. Durante una partita di basket tra Varese e Tel Aviv, su una tribuna comparvero croci uncinate e in campo volarono polli spennati con i colori di Israele. Venne applicata per la prima volta la legge Scelba: accusa di apologia di genocidio contro gli autori del gesto. Erano ragazzotti invasati, alcuni minorenni piagnucolosi quando li convocarono in questura. Ebbero una lezione giudiziaria e sparirono dalla circolazione. Non avevano un progetto politico, semplicemente scherzavano col fuoco.

Non sappiamo se sia il caso di scomodare la storia del fascismo. Se lo fosse, bisognerebbe ricordare la Spada dell’Islam, brandendo la quale il primo Mussolini s’ingraziava i seguaci colonizzati di un’altra fede. In quegl’anni, che non torneranno mai per mancanza di personale idoneo, il Duce imponeva a Radio Bari di trasmettere programmi in lingua araba avendo a cuore i rapporti commerciali con quei Paesi affacciati sull’altra sponda del Mediterraneo. Il fervore venne ricambiato: laggiù nacquero movimenti come le Falangi libanesi, la Camicie Verdi (corsi e ricorsi), il Partito Giovane Egitto, le Camicie azzurre. Mussolini non era islamofobico. Aveva più in uggia francesi e inglesi.

Paragoni impossibili e pericolosi, questo è chiaro. Per fortuna. E non è il caso di ingaggiare
studiosi di sociologia incaricandoli di studiare il fenomeno. Anche il gaglioffo che a Ostia ha preso ha testate un giornalista, rincorrendolo poi con un manganello, era un gaglioffo. Con una maschera fascista calata su un profilo da boss.

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