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Cosa rossa schiacciata tra dem e cinquestelle

L'opinione

La sinistra-sinistra si riunisce oggi a Roma. Stiamo parlando della sinistra alla sinistra del Pd: Articolo 1-Mdp, Sinistra Italiana, Possibile daranno vita a un nuovo soggetto politico, che molto probabilmente incoronerà il presidente del Senato, Pietro Grasso, come proprio candidato alle Politiche 2018.

Si aggiunge dunque una nuova pagina nel lunghissimo album di famiglia del centrosinistra. Liberi e Uguali è il nome circolato nell’ultima settimana, sollevando subito le proteste dell’associazione di area democratica, LibertàEguale, che in questi stessi giorni si riunisce a Orvieto. Ma non è solo una questione di copyright, visto che la frattura interna al centrosinistra appare più profonda che mai, con Campo progressista di Pisapia ormai vicino all’accordo con il Pd. Si tratta di una frattura programmatica: di orizzonte politico. Non a caso le stesse forze sono scese in piazza, ieri, insieme alla Cgil. Ma è anche una frattura personale, visto che, per diverse ragioni, tutti i leader della sinistra-sinistra – da Bersani a Civati, da Fassina a D’Alema – hanno delle “questioni” aperte con Matteo Renzi.

Difficile dire quanto possa pesare elettoralmente il nuovo aggregato politico. Le stime dei sondaggi collocano i contraenti del patto – tutti insieme – intorno al 6%. Ma sappiamo che in politica le fusioni tra simboli non sempre si traducono nella somma dei voti. Su questo progetto, peraltro, aleggiano gli spettri della Sinistra arcobaleno, del 2008, e di Rivoluzione civile, del 2013: cartelli elettorali rimasti fuori dal Parlamento. Gli ascendenti della nuova “cosa” di sinistra, però, sono diversi: basti pensare che alcuni dei suoi padri nobili, Bersani e Vendola, nel 2013 erano i principali azionisti della coalizione di centrosinistra.

Abbandonato il centrosinistra mainstream, si ritrovano ora costretti (dalla legge Rosato) a dare vita a un nuovo contenitore, che non ambisce a sostituirsi ai soggetti fondatori (tutti, a loro volta, di recente fondazione). Sono costretti, inoltre, a scegliere un leader: non un “capo” – fumo negli occhi, a sinistra – ma una figura capace di fare “sintesi”; e provvista di appeal elettorale.

Pietro Grasso dispone indubbiamente di un profilo alto, derivante dagli incarichi istituzionali ricoperti, dalla biografia di magistrato e procuratore antimafia. Viene scelto anche in quanto espressione della “società civile”, che incarna il tema della legalità. Una scelta non così anomala, a sinistra, che già nel 2013 vide la (sfortunata) candidatura di Ingroia (altro magistrato). E comunque coerente con il profilo della sinistra “movimentista”. Una scelta sicuramente più eterodossa per gli eredi della tradizione Pci-Pds-Ds. Anche se non va dimenticato che fu Bersani a portare Grasso in Parlamento e, attraverso la sua candidatura a Palazzo Madama, riuscì momentaneamente ad aprire un canale di dialogo con i neoeletti grillini, prontamente chiusosi quando si trattò di discutere un eventuale sostegno a un governo targato Pd. Sappiamo che la sinistra-sinistra continua a guardare con interesse al mondo pentastellato, anche se dopo le prossime elezioni potrebbe essere questa volta Di Maio a chiedere di governare con i voti di Bersani.

La nuova “cosa rossa” rischia così di trovarsi schiacciata: da una parte, il centrosinistra di governo del nemico n° 1, Renzi; dall’altra parte il M5S, alleato impossibile, che da tempo presidia il tema della “moralità” politica. E di essere quindi percepita come una riproposizione, in sedicesimi, e con ambizioni ridimensionate, della coalizione Italia bene comune (2013). Allora si trattava di conquistare il governo, e di archiviare, una volta per tutte, il berlusconismo. Ora, si tratta di sfuggire alla irrilevanza cui la condannerebbe un risultato
inferiore alle attese. In caso di successo, di regolare i conti interni al centro-sinistra: producendo il fallimento della vecchia Ditta, per poi riacquisire ciò che molti sentono proprio. Non prima di avere smacchiato il baby-giaguaro.

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