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Gli extraparlamentari del dibattito politico

Non c’era bisogno della legge elettorale per dimostrarlo, ma il derby è sempre una partita all’ultimo sangue. Ne sanno qualcosa i cattolici, con la sfida quotidiana fra progressisti e conservatori. Ne sa moltissimo la sinistra, che mai come in queste ore è divisa tra lotta e governo. E non è che la situazione cambi molto a destra, al centro o tra i populisti: gente che fino a poco fa andava a braccetto, e che probabilmente tornerà insieme se i risultati elettorali lo consentiranno, oggi si detesta e si accusa delle peggiori nefandezze. Tutti contro tutti, e ognuno attentissimo a coltivare il proprio orticello.

La moltiplicazione delle piazze di protesta, da questo punto di vista, parla da sola: il grillino Di Battista che va per sbaglio in quella dei forconi, dove gli slogan sono gli stessi, e viene insultato come un qualunque funzionario di Goldman Sachs; gli ex Pd che non vogliono mischiarsi con nessuna delle due, e quindi ne convocano una terza. Ma vale anche il contrario, per i favorevoli alla legge: Lega e Forza Italia escono dall’Aula, per non sommare i propri voti a quelli del Partito democratico; fra i centristi e i cespuglietti del Gruppo misto è tutto un distinguersi tra fiducie tecniche e fiducie di scopo, per comunicare al mondo e a se stessi la propria diversità.

Se alle ultime elezioni Politiche c’erano una destra e una sinistra, davanti al Rosatellum ce ne sono due: Salvini e Berlusconi da una parte, Fratelli d’Italia dall’altra; Pd da una parte, Bersani e Fratoianni dall’altra. È trasversale il sì, ma è trasversale anche il no. E al netto delle dichiarazioni di Renzi, pronto a rassicurare che “il nostro avversario non è chi se ne è andato”, l’impressione è esattamente quella opposta: le tensioni tra simili non sono mai state così alte, se Giorgia Meloni mette in discussione l’alleanza con i leghisti e se, sull’altro fronte, arriva persino Napolitano ad arricchire la schiera dei critici contro il suo partito.

L’unica certezza, in un panorama del genere, è che la prossima campagna elettorale sarà ancora più aspra rispetto a cinque anni fa: allora si correva per coalizioni, che cercavano di non farsi troppo male al proprio interno; oggi, invece, l’ipotesi verosimile sembra quella di un nuovo governo di larghe intese, e chi ne resterebbe fuori (quasi sicuramente il cartello di sinistra, ammesso che si formi, e un pezzo di destra) ha tutto l’interesse a rimarcare le differenze da chi ne farebbe parte. I Cinquestelle non avranno più il monopolio della protesta, e si annuncia affollatissimo anche il carro della responsabilità: comunque la si guardi, insomma, si profila un quadro piuttosto complicato, con varie linee di frattura oltre a quella meramente ideologica.

C’è poi un non detto, che riguarda in particolare il Partito democratico e il suo rapporto con la situazione attuale. Da un lato c’è una base piuttosto fredda nei confronti di questa maggioranza allargata ad Alfano, dall’altro ci sono parecchi uomini nei posti chiave; da un lato c’è un segretario che scalpita per tornare al centro della scena politica, dall’altro c’è un presidente del Consiglio (peraltro ben radicato) che non vorrebbe fare la fine di Letta. In mezzo ci sono candidature in lista o nei collegi, ossia destini individuali in bilico a seconda di chi darà le carte: nessuno ha il coraggio di parlarne in pubblico, perché ufficialmente il problema non esiste, ma è chiaro che anche la convivenza tra Renzi e Gentiloni oggi non è più liquidabile come il rapporto tra l’imperatore e il suo delfino. Proprio il ruolo di Renzi, infine, fa riflettere su un aspetto molto particolare di questo momento: dal segretario Pd a D’Alema, da Salvini a Berlusconi, da Grillo a Pisapia, nessuno dei protagonisti della fase
attuale è un membro del Parlamento italiano. Tutto il dibattito politico è, in sostanza, extraparlamentare: l’approvazione della legge elettorale con tre fiducie è soltanto la ciliegina sulla torta o, a seconda dei punti di vista, l’ultima goccia nel vaso.

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