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L'analisi

Ius soli, siamo a un binario morto

Nei corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama si sente ripetere, già da alcune settimane prima della pausa estiva, che ormai la legislatura è finita. Il che non è vero, perché in quattro mesi di attività parlamentare ci sarebbe il tempo di rivoltare un Paese, ma è come se lo fosse: la macchina procede per inerzia, in folle, con due gocce di benzina nel serbatoio. E con due gocce di benzina non dai una sgasata né improvvisi sorpassi: cerchi solo di arrivare alla prossima stazione di servizio.

È questo il motivo principale per cui, sulla riforma della cittadinanza, si è quasi arrivati a un binario morto: la storia delle legislature passate insegna che sui diritti si legifera a serbatoio pieno, quando puoi permetterti di accelerare, sfidare le curve pericolose e prenderti qualche rischio. E infatti le unioni civili sono state approvate – non senza fatica – quasi un anno e mezzo fa, sei mesi prima del referendum costituzionale: la prospettiva di vita della maggioranza si annunciava all’epoca abbastanza lunga, il compromesso era ancora più conveniente del ricatto.

“È un giorno di festa per tanti”, commentava l’11 maggio 2016 su Facebook Matteo Renzi, che rivendicava di aver scritto con quella legge “una pagina importante dell’Italia che vogliamo. Lo facciamo mettendo la fiducia perché non erano possibili ulteriori ritardi dopo anni di tentativi falliti. Lo facciamo con umiltà e coraggio. Ma lo facciamo adesso perché in Italia non è più possibile continuare a rinviare tutto”. Si parlò della legislatura dei diritti, si ribadì che il Partito democratico rispetta gli impegni presi in campagna elettorale: tutte cose che oggi non ripete più nessuno, perché le buone intenzioni hanno ceduto il passo ai calcoli.

I numeri della maggioranza dicono naturalmente che il Pd non può approvare la riforma della cittadinanza da solo, ma ha bisogno dei voti centristi; aritmeticamente, però, non sarebbe un problema insormontabile, perché nei mesi scorsi Sinistra italiana si era resa disponibile a votare una sorta di “fiducia di scopo”, solo per garantire l’approvazione del provvedimento. Politicamente, invece, è tutto più complicato, perché oggi diventa impensabile umiliare Alfano al Senato – sostituendolo con i reduci di Sel – mentre si corre insieme in Sicilia; oltretutto, nessuno sembra voler mettere una pietra tombale sulle larghe intese, che nella prossima legislatura potrebbero tornare d’attualità.

Ma il motivo per cui il provvedimento rischia grosso – ammesso che sia ancora in vita – è soprattutto extraparlamentare, e i sondaggi pubblicati da Repubblica lo spiegano benissimo: dal 2014 a oggi, infatti, gli sbarchi nel Mediterraneo e la latitanza dell’Europa hanno incattivito parecchio l’opinione pubblica nei confronti dell’immigrazione, anche quando i temi (da un lato la prima accoglienza di chi attraversa il mare in gommone, dall’altro lo status di chi in Italia è nato e cresciuto, frequentando le scuole) sono diversissimi tra loro. Spiegarlo in mezzo alle urla, però, è complicatissimo, e sotto elezioni richiede un coraggio (quello stesso coraggio rivendicato da Renzi sulle unioni civili) che probabilmente il Pd di oggi non ha.

Rischia dunque di replicarsi un vecchio copione, già andato in scena nelle ultime tre legislature con interpreti diversi. Nella XV l’Unione arrivò a un passo dall’approvazione della riforma, ma la caduta del governo Prodi e lo scioglimento anticipato delle Camere fecero saltare tutto. Nella XVI si ricominciò da capo, anche con proposte bipartisan, ma prima la Lega affossò tutto e poi si arrese lo stesso Monti, nonostante un ministro ad hoc (Riccardi) e l’appoggio esplicito di Napolitano.

In quella attuale, infine, si è

arrivati al sì della Camera e a un passo dalla fiducia al Senato, ma aver perso troppo tempo per strada ha portato l’esame a ridosso della campagna elettorale e oggi in pochi scommettono su un’accelerazione. Anche perché i bambini destinatari del provvedimento, purtroppo per loro, non votano.

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