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La violenza inconsulta vista da chi è vulnerabile

Si sta parlando molto in questi giorni di Maurizio De Giulio, elettricista di Nichelino, provincia di Torino, che in macchina con compagna e figlia, ha travolto una motocicletta, sembrerebbe come ritorsione a seguito di una lite sulla strada. Come conseguenza, il conducente Matteo Penna, è ricoverato in ospedale in gravi condizioni, mentre la fidanzata Elisa Ferrero ha perso la vita.

Si rimane sbigottiti, di fronte a una notizia del genere, anche se poi emergono alcune informazioni che iscrivono il comportamento di De Giulio in una storia personale in cui a un certo punto emergono azioni violente e inconsulte.

Per esempio, si era già reso protagonista di un incidente analogo anche se con esiti fortunatamente diversi, nell’ottobre del 2015, quando aveva improvvisamente tagliato la strada a un altro conducente con il proprio furgone, procurandogli lesioni al collo, e un altro episodio sempre su strada, che avrebbe coinvolto diverse automobili risalente al 2010.

Colpisce però l’opinione pubblica, il comportamento tenuto dalla compagna di De Giulio, Milena, che ha dichiarato di essersi distratta per guardare il telefonino, proprio nella fase cruciale dell’episodio, ma anche che lui aveva frenato e che insomma non doveva essere considerato responsabile dell’omicidio. In sostanza lo ha difeso, e la sua pagina facebook è stata presa di mira da commenti molto aggressivi e indignati.

È interessante constatare come in un paese diffusamente omertoso, con una consistente difficoltà a portare a termine indagini per i più svariati reati, con una tendenza diffusa a ignorare un senso civile e dello Stato, dove non di rado gli stessi rappresentanti istituzionali hanno un’idea blanda del concetto di crimine (recente il caso del sindaco di Pimonte, Michele Palummo, che ha definito «una bambinata» uno stupro di branco ai danni di una minore), si cerchi nelle persone correlate a ogni incriminato di omicidio, una zelante dichiarazione di verginità. Una ferma condanna morale e una presa di distanza dall’accusato, come se le compagne, o – ricordiamo il caso di Foffo – i padri delle vittime fossero la garanzia di una verginità collettiva, la prova di una innocenza necessaria, una catarsi per interposta persona. In realtà ci sono molti motivi per cui ciò non accade, e forse anzi nel caso della compagna di De Giulio sono anche di più. Da una parte infatti ci sono da fare considerazioni di ordine sociale ed economico. Milena è di origine extracomunitaria, di professione colf: da diversi punti di vista, che piaccia o meno ammetterlo, è una persona in una posizione di vulnerabilità che può ritenere opportuno non prendere posizioni forti, che potrebbe non avere le idee chiare su come andrà con il suo compagno, e che potrebbe scegliere di non scagliarsi contro di lui, non avendo magari una consistente rete di appoggio in un Paese che non è il suo.

Più genericamente però quando emergono questi fatti di cronaca, è come se la persona che si rivela capace di reato, mostrasse una parte di se nascosta, oppure dissimulata, la mettesse nel centro della scena, e mettesse da parte invece altri modi di fare e di essere in relazione che risultavano più piacevoli, erano considerati socialmente accettabili e in un certo modo, davano qualcosa anche alla personalità di chi ci aveva a che fare.

Per le compagne, e i padri e le madri degli imputati di processi mediaticamente noti, può essere davvero difficile condannare un comportamento criminale, perché questo vorrebbe dire, dover dire di riconoscerlo come tale, e anche forse capire dove quel comportamento criminale c’è sempre stato, e implicitamente ammettere psicologicamente che una parte
di loro, con quella caratteristica che ha trasformato quella persona in un assassino, aveva a che fare, aveva una relazione. Magari questo timore è anche privo di senso, però di fatto si tratta di un passaggio difficile, che può cogliere impreparati.

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