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Russiagate, è una questione politica incriminare The Donald

L’analisi

Usa, nomina Mueller. Zucconi: ''Le istituzioni americane resistono al populismo'' Resistono alla volontà di disgregare l'intero apparato dello Stato federale americano così come lo teorizzava Steve Bannon, l'ideologo principale di Trump. Con questa nomina il ministro della Giustizia ha fatto quello che il Parlamento non ha il coraggio di fare. Ha nominato una persona che deve andare a fondo e scoprire i fatti in piena indipendenza L'analisi di Vittorio Zucconi

Quando ieri mattina Donald Trump ha lasciato la Casa Bianca per salire nell’elicottero che lo avrebbe portato alla base aerea di Andrews (dove staziona l’Air Force One), i giornalisti del pool che segue il presidente Usa hanno notato come non abbia alzato il pollice destro nel classico segno di saluto. Un segnale di nervosismo, poco in sintonia con quell’immagine di baldanza con cui The Donald ama mostrarsi in pubblico.

Dopo soli quattro mesi, il presidente più impopolare nella storia recente degli Stati Uniti ha seri motivi per essere preoccupato, irritato, sorpreso e imbarazzato, ma deve prendersela solo con se stesso.

Le ultime rivelazioni sul Russiagate, i dati di intelligence “super-segreta” spifferati ai russi; lo scontro (quasi) permanente con l’Fbi; i messaggi-ricatti al direttore (licenziato) del Bureau, i distinguo sempre più frequenti dei leader repubblicani; lo staff del presidente che smentisce i media e lui che smentisce il suo staff. Alla vigilia del primo viaggio di Trump (Arabia Saudita, Israele e Vaticano oltre al primo vertice G7) alla Casa Bianca regna il caos e su giornali, tv, siti online e social network la parola tabù (impeachment) viene pronunciata sempre più spesso.

È possibile che (45 anni dopo il Watergate di Nixon e 19 anni dopo lo scandalo Lewinsky di Clinton) un altro presidente finisca indagato? La risposta è complessa, ma quanto accaduto nell’ultima settimana resta (al momento) un “affaire” di natura politica più che giudiziaria: saranno dunque i rapporti di forza al Congresso e all’interno del Grand Old Party a stabilire nei prossimi mesi se e come la presidenza di Donald Trump potrà essere troncata prima della scadenza naturale.

Usa, Rampini su nomina Mueller: "Mossa a sorpresa dagli esiti imprevedibili" Robert Mueller, ai vertici dell'Fbi ai tempi di George Bush e dell'11 settembre, è stato nominato procuratore speciale nell'indagine sul Russia-gate. La nomina non arriva da Trump ma dal numero due del dipartimento di Giustizia. "La scelta di Mueller da una parte allenta la pressione immediata su Trump, ma dall'altra potrebbe portare ad esiti imprevedibili", afferma Federico Rampini

Al momento occorre solo attenersi ai fatti, alle regole e alle notizie verificate. 1) Secondo un appunto manoscritto di James Comey (l’ex direttore Fbi licenziato su due piedi il 9 maggio) il presidente gli avrebbe chiesto di insabbiare due inchieste tra loro legate: quella sul cosiddetto Russiagate e quella su Michael Flynn, l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale costretto alle dimissioni per i suoi legami poco chiari con Putin. La Casa Bianca smentisce, ma pochi giorni prima lo stesso Trump aveva scritto un tweet in cui c’era una velata minaccia a Comey («Speri che non escano registrazioni delle nostre conversazioni») e si fanno insistenti le voci che vorrebbero come “gola profonda 2017” addirittura il successore di Flynn, H. R. McMaster. 2) In uno scoop il Washington Post rivela che The Donald spifferò ai russi delicate informazioni di Intelligence (ottenute da Israele) sulla guerra allo Stato Islamico. La Casa Bianca smentisce, ma nel giro di poche ore è lo stesso presidente a confermare: «È un mio diritto farlo». Da un punto di vista legale Trump ha ragione, il presidente ha l’autorità per declassificare documenti top secret se lo ritenga necessario. Non può però farlo se rivelando qualcosa commette “un crimine”.

Se davvero Trump avesse chiesto a Comey di insabbiare l’indagine su Flynn la sua azione potrebbe essere vista come “ostacolo alla giustizia”, cosa che per le leggi degli Stati Uniti rappresenta un crimine. Con i servizi segreti di Israele (e dell’Europa) infuriati, con Putin che gigioneggia (ma dire che la Russia è pronta a dare la trascrizione dell’incontro tra Lavrov e Trump fa peggiorare la situazione), al Congresso molti repubblicani hanno capito che è meglio andare fino in fondo ed hanno chiesto che Comey venga ascoltato con urgenza. Se l’ex direttore del Fbi confermerà quanto uscito sulla stampa per The Donald sarebbero guai.

L’impeachment come tale appare ancora altamente improbabile, perché è una scelta politica ed ha bisogno di una maggioranza al Congresso (che non c’è), ma qualcuno è pronto a invocare il 25esimo emendamento della Costituzione: quello che regola il passaggio di poteri in caso di “inabilità” del presidente e che potrebbe essere la soluzione per liberarsi di un presidente scomodo.

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