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Pd. L'esemplare trasparenza che non porta elettori

L'opinione

Le democrazie sono fondate sulla dialettica tra i partiti, che a loro volta vivono di maggioranze e minoranze, scontri e alleanze, fusioni e scissioni. Non sarebbe un evento eccezionale - anzi! - se la sinistra del Pd decidesse di dimettersi dalla “ditta”, come l’ha spesso definita l’ex segretario Pier Luigi Bersani, per andare alle urne con una proposta politica alternativa a quella di Matteo Renzi.

Il Partito comunista d’Italia, del quale il Pd è pronipote, nacque 96 anni fa per marcare la profonda differenza di linea emersa prima e durante il diciassettesimo congresso del Partito Socialista Italiano a Livorno. Fu una rottura che molti storici concordano oggi nel giudicare positiva. Dunque, se scissione dev’essere, scissione sarà. Il travaglio del Pd è elettoralmente appetitoso. Gli avversari fanno notare come lo distragga dai doveri di prima forza di governo e come lo scontro tra renziani e sinistra interna ritardi la chiamata alle urne dopo il risultato esplicito del referendum sulla riforma costituzionale. Sono argomenti in parte condivisibili.

Da un altro punto di vista, il Pd sta però fornendo una prova di trasparenza inconsueta nella vita politica italiana di questi anni. Dopo l’assemblea all’Ergife del 18 dicembre e la direzione nazionale di lunedì scorso, attraverso il percorso già definito dallo statuto (anche qui: un’anomalia) che prevede una nuova assemblea domenica prossima e poi il congresso, si arriverà a definire con quale base programmatica si affronteranno le politiche d’autunno o d’inizio 2018. Il dibattito conquista crescente spazio nei talk show televisivi, sulle pagine dei giornali, sui siti d’informazione. È tutto talmente pubblico e aspro da risultare, secondo alcuni, perfino autolesionista. C’è chi preferirebbe che il Pd diventasse club dove uno o due decidono per tutti e le strategie vengono messe a punto in stanze chiuse.

Come nella Lega percorsa da dissensi al Nord sulla romanizzazione del movimento, senza che nessuno abbia gli strumenti per opporsi a Matteo Salvini. O come nel Movimento 5 Stelle, sempre di più un ircocervo bicefalo che si muove come impongono Beppe Grillo e la Casaleggio Associati. Un po’ diverso il caso di Forza Italia, caotica durante le assenze forzate di Silvio Berlusconi, ma coeso partito-azienda quando il capo ridiscende in campo.

Dalla trasparenza del Pd le altre formazioni politiche hanno solo da imparare. Ma a cosa serve la trasparenza al vertice del Pd se mancano rapporti saldi con gli iscritti, i militanti e gli elettori? È questa la domanda alla quale non sa rispondere chi vorrebbe continuare a governare l’Italia anche dopo Letta, Renzi e Gentiloni. Nonostante la disponibilità di piattaforme digitali di comunicazione e condivisione di straordinaria efficacia, gli eredi “dem” di quanti riuscirono per decenni a convogliare il consenso popolare hanno difficoltà ad aprire sedi, a trovare volontari, a coinvolgere i cittadini nel dibattito interno. Lega e M5S non hanno qualcosa da invidiare all’attuale capacità del Pd di rimanere collegato con la sua gente. Le Pontida e i gazebo leghisti, i meetup e i Rousseau grillini hanno comunque creato più partecipazione (fittizia) delle Feste dell’Unità e delle rare assemblee nelle poche sezioni ancora aperte.

È un limite che le democrazie stanno vivendo: i partiti che vengono da lontano e che hanno meglio introiettato i principi della convivenza, della tolleranza, del dialogo non sanno più come diffondere i propri valori. La nostra è la stagione degli autocrati, da Putin a Trump a Erdogan, o degli aspiranti tali, da Marie Le Pen ai suoi epigoni italiani. Per evitare che la bufera populista

e isolazionista travolga quanto di buono settanta anni di democrazie occidentali hanno costruito, bisogna riprendere pazientemente la tessitura di rapporti e di alleanze che ampie fette della società comprendano e condividano.

@claudiogiua

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