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eutanasia

L'ultimo tragico sogno aspettando la politica

«To die, to sleep... Morire, dormire... Nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore...»: forse è così che voleva andarsene, non dalla vita, ma dal tormento che era diventata, Dino Bettamin, il settantenne di Montebelluna ammalato terminale di Sla che ha chiesto la “sedazione profonda” e che l’altro giorno, appunto senza dolore, è morto accompagnato dalle persone care.

Non sappiamo dove la morte ci conduca, ma possiamo far sì che quest’ultimo transito sia il meno angoscioso e dolente possibile. La storia di Dino Bettamin ce lo conferma, con l’esemplarità eloquente che acquista una vicenda umana quando ci tocca in profondità, quando evoca il senso di un destino, le paure che suscita e il nostro stesso bisogno di consolazione se non di speranza. Questioni radicali, controverse, ineludibili, che tuttavia più spesso si lascia vengano affrontate in solitudine da chi si trova a viverle, senza la certezza di un percorso e di un contesto che aiutino, che diano sostegno. Bettamin ha invece avuto questa possibilità. La struttura che lo ha accudito, la stessa Unità locale socio sanitaria a cui faceva riferimento, e in primis la sua famiglia, lo hanno ascoltato e hanno dato seguito alle sue estreme volontà, espresse prima che la malattia glielo potesse impedire.

Non si è trattato di eutanasia, vietata in Italia, è stato esattamente specificato. E tuttavia la materia a cui il caso di Montebelluna rinvia (come, prima, i più dirompenti casi Welby o Englaro) si pone proprio sul crinale più estremo di tutti, tra la vita e la morte, e misura su quella vertigine il diritto e il potere di scegliere.

«Il linguaggio del diritto non potrà mai essere soltanto quello del divieto o soltanto quello del permesso, dovrà essere le due cose... Il che vuol dire lasciare liberi gli individui di scegliere nell’intera pienezza come soggetti morali»: ha scritto il grande giurista Eligio Resta (in Diritto vivente, Laterza) a proposito dei diritti bio-politici degli individui spesso soggetti oggi a quello stato in cui “al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere la morte” (Michel Foucault).

Una situazione tragica, a cui concorrono da un lato l’eventuale accanimento terapeutico delle strutture e dall’altro l’attuale perdurante vuoto normativo in materia. Questa drammatica ma necessaria libertà di scelta (a cui allude l’articolo 32 della nostra Costituzione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge»), Dino Bettamin l’ha rivendicata e ottenuta. Le condizioni soggettive e il contesto in cui si è trovato lo hanno consentito. Ma avrebbe potuto non accadere. Avrebbe potuto perdere la facoltà di esprimersi, smarrire la coscienza, prima di dare indicazioni (o le sue indicazioni non essere rispettate).

È perciò necessario, questa storia ce lo ricorda, che si giunga finalmente anche in Italia a una legge precisa sul “testamento biologico” e che venga finalmente e pienamente ratificata (con la conseguente emanazione dei decreti attuativi) la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina (Oviedo, 1997), firmata dall’Italia nel 2001 (Legge 28 marzo 2001, n. 145), secondo la quale «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione».

La libertà di scelta

che ha potuto avere Bettamin verrebbe quindi posta a disposizione di chiunque, secondo modalità certe e tutelate. In un tale contesto, sarà forse meno arduo lasciarsi infine andare, accolti dal sonno che conduce oltre, senza soffrire, “forse sognando”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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