"Gentilini pericoloso, meglio in cella"
Le motivazioni-choc della condanna: "La sua è pulizia etnica, razziale e religiosa"
di Giorgio Cecchetti
Il giudice Luca Marini
VENEZIA. Per il giudice veneziano Luca Marini, che ha condannato
Giancarlo Gentilini per istigazione all’odio razziale, la pena
detentiva «meglio si sarebbe attagliata alla grave pericolosità
della condotta» assunta dall’imputato.
Lo ha scritto nelle sei cartelle di motivazioni della condanna (4
mila euro di multa e divieto di partecipare ad attività di
propaganda elettorale per tre anni, pena sospesa grazie alla
condizionale) che il magistrato ha depositato nei giorni scorsi. Ad
evitare all’ex sindaco e attuale vice sindaco di Treviso una pena
detentiva sono state la sua incensuratezza (nessuna condanna
precedente) e la sua positiva attività amministrativa passata
nonostante si ricordi che cosa ha portato nella ex Jugoslavia l’i
ncitamento all’odio razziale.
Gentilini doveva rispondere di istigazione a commettere atti di
discriminazione razziale durante il suo comizio del 14 settembre
2008 a Venezia. Il giudice Marini spiega che il reato di cui è
accusato «è da considerarsi posto ai vertici gerarchici delle fonti
di diritto, sanzionando condotte non giustificabili neppure con
invocazione di altri principi di libertà individuale con essa
potenzialmente confliggenti», come la libertà di manifestazione del
pensero, che «non costituisce un valore assoluto in sè, ma deve
essere coordinata con il contestuale rispetto degli altri valori
costituzionalemente garantiti». Tra l’altro il giudice ricorda che
neppure la Commissione ministeriale della riforma del codice
presieduta dal pm Carlo Nordio e di cui faceva parte lui stesso,
aveva epressamente escluso la possibilità di eliminare questo
reato.
«Durante la coreografica manifestazione della Lega Nord - ricorda
la sentenza - Gentilini, esponente di primo piano del partito,
invita gli astanti ad adoperarsi a che non già il singolo straniero
delinquente o comunque irregolare venga allontanato, bensì gli
appartenenti ad intere categorie etniche e religiose». E ancora il
giudice scrive: «Il discorso è rivolto al popolo come un’a
llocuzione d’impianto messianico, è prestanta quale vangelo secondo
Gentilini, decalogo dello Sceriffo». «E cosa vuole il profeta
Gentilini?» si chiede Marini. «Prima di tutto la pulizia delle
strade da tutte le etnie straniere, che distruggono il nostro
Paese...basta islamici, chiudere gli esercizi commerciali degli
stranieri, niente neri, gialli, marrone e grigi nelle
scuole».
Per il magistrato, Gentilini cercava il consenso ad un programma
«di sostanziale pulizia entnica, razziale e religiosa... e lo ha
fatto davanti ad una folla plaudente, coesa, adesiva e pertanto
suggestionabile, pronta all’acoglienza di un siffatto verbo non
certo un metafora, ma in concretezza». Nella sentenza si afferma
che Gentilini era pienamente consapevole «circa l’influenza del
propprio pensiero rispetto alle aspettative e al livello di
adesione» di chi lo ascoltava. «Sarà sufficiente rammentare -
conclude il magistrato - che non sono trascorsi neppure 10 anni
dalla conclusione delle guerre jugoslave, là dove regimi
democratici ma ispirati a rigidi principi di identità etnica hanno
determinato conflitti dalle più tragiche conseguenze umane: il
genocidio è ancora una realtà in Europa».
(05 novembre 2009)