In trentamila i trevigiani con l'incubo del lavoro
L'allarme dei sindacati dopo il suicidio di Roberto Merotto, il muratore che aveva perso il lavoro. La sorella: "Senza occupazione non si sentiva apprezzato"
di Sabrina Tomè
TREVISO. «Di questi tempi noi sindacalisti
facciamo un po’ anche gli psicologi. Non passa giorno che qualche
lavoratore licenziato o in cassa integrazione ci geli con la frase “
non mi resta che uccidermi”. E allora noi gli spieghiamo che no,
che non è quella la strada, che molti altri sono nella sua stessa
condizione. Insomma che bisogna ritrovare la solidarietà e
lottare». Paolino Barbiero, segretario Cgil, è scosso per la morte
di Roberto Merotto, il muratore trentaduenne di Col San Martino che
si è impiccato perché non riusciva a trovare lavoro. E prima di
lui, a fine giugno, c’erano stati i due baristi Christian Fabris e
Fabio Barbazza; c’era stato il tentato suicidio di M.M., 55 anni,
di Villorba. Sono le ultime vittime della crisi che ha colpito
duramente, soprattutto tra gli imprenditori: oltre 20 i morti nel
Nordest dal 2008 ad oggi. «Solo nella Marca, negli ultimi due anni,
30 mila trevigiani hanno vissuto lo choc da lavoro, la cessazione
del rapporto in essere e il non riuscire a trovare subito qualcosa
di alternativo», spiega Barbiero. Quei 30 mila rappresentano un
«bacino di disagio» da considerare. «I campanelli di allarme non
vanno sottovalutati - prosegue il segretario Cgil - Serve una rete
di protezione che nella grande-medio azienda esiste: lì c’è il
sindacato, lì ci sono i sindacalisti che fanno gli psicologi, lì ci
sono gli ammortizzatori sociali. Altra cosa invece sono le piccole
realtà dove il lavoratore è isolato. Per di più in un territorio
dove non si è abituati a fare i disoccupati». E dove la perdita
dell’occupazione viene vissuta come perdità di dignità sociale.
«Bisogna ridare orgoglio a queste persone, bisogna mettere in campo
politiche attive del lavoro, puntare sui corsi di formazione e sui
percorsi di sostegno al reddito - sottolinea Barbiero - Cgil lo sta
già facendo e così altri, ma occorre un coordinamento provinciale
per migliorare programmazione e costi e per realizzare un progetto
unitario che aiuti veramente il lavoratore». Nel frattempo il
numero di persone colpite da choc da lavoro potrebbe crescere: sono
400 le aziende con processi di riorganizzazione in corso e 1.198
quelle venete che nel corso del 2009 hanno aperto procedure di
crisi. Un’emergenza che ha indotto la Camera di Commercio di Padova
a istituire a marzo un numero verde anti-suicidio: 300 le chiamate
in tre mesi, 30 delle quali dalla Marca. «Se al capitalista
interessa poco del destino dei propri dipendenti, in Veneto succede
il contrario. Le aziende in quanto familiari caricano il dirigente
di una responsabilità non solo amministrativa, ma anche di un
potenziale affettivo enorme. Si innesca così una relazione
familiare che nei momenti del crollo distrugge sia la dimensione
professionale che affettiva», spiega la psicologa Ines Testoni,
direttrice del master su morte e fine vita dell’Università di
Padova.
(29 luglio 2010)
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