l'editoriale
Un prezzo troppo alto
di Andrea Passerini
Èdoloroso, insensato, assurdo, che per cancellare l’Ombralonga il
destino abbia chiesto una giovane vita, spezzata sull’altare dell’e
ccesso e dell’esuberanza. Andrea, investito da un merci sulla
banchina di una stazione, aveva scelto il treno per non rischiare
in auto: l’ultima crudele beffa di un copione imprevisto, schizzato
come un elettrone dal film di un pomeriggio proiettato troppe
volte. Sarebbe bastato, per fermare la maratona o per raddrizzarla
davvero, un pedaggio infinitamente più indolore e intelligente: il
buon senso, la misura, la sensibilità.
E’ da anni che le osterie doc, simbolo della convivialità e dell’a
utentico spirito trevigiano, chiudono nel giorno di Ombralonga. La
prima fu Ettorina Arman, discendente di una famiglia che vendeva
vino in città dal lontanissimo 1872. Lo vedono tutti, non i
promotori. Quando il vino - oggi doc, ieri chissà - scorre al
contrario da improvvisati banconi-tendoni di pizzerie, gelaterie,
pasticcerie, caffè dove negli altri 364 giorni nessun trevigiano o
turista va a bersi un calice, qualcosa non quadra. Per tutti,
fuorché per Gazzotti e l’Ascom. Era sufficiente, domenica, vedere i
cartelloni «enologici» appiccicati alla bell’e meglio, nel salotto
di Treviso, sui tendoni di una gelateria e di una pizzeria. Dov’è
la tradizione? Dove l’autenticità? Non da ieri l’Ombralonga andava
via «storta»: ebbra dei suoi numeri, tronfia di business, senza più
storia e memoria, protesa al gigantismo.
Qualità? Sì, negli ultimi anni ha abbellito il viatico, l’a
nteprima del venerdì e sabato. Ma sul clou domenicale nessuna
riforma strutturale. E sì che in città osterie e risorse non
mancavano. Impossibile una giuria di qualità che scegliesse (pochi)
locali doc? Irragionevole introdurre calmieri e «calmanti»?
Insensata una ragione fondante che non fosse il mero bere senza
limiti?
Gli organizzatori non hanno nemmeno colto lo sfilarsi della città.
Inascoltato il fortissimo no del volontariato - 250 associazioni -
quella sì vera risorsa sociale e collettiva di Treviso. Ignorato il
grido delle persone perbene di «Non solo ombre». Inavvertita la
freddezza progressiva delle stesse istituzioni, i richiami del
questore. Se si sfila persino la Lega - che l’ha cavalcata per
anni, fra autografi e bagni di folla elettoralistici, non solo di
Gentilini; se non interviene neanche Zaia, la presa di distanza è
clamorosa. Persino gli osti si sono ritirati. Ahimè, Gazzotti e l’A
scom hanno sottovalutato tutto, e preferito la linea di Gentilini,
da due giorni stranamente muto. Non si sono nemmeno accorti che
domenica la città si era chiamata fuori, ben prima della tragedia
di Paese. Ombralonga era già «altro» da sé, per Treviso.
Lo diciamo con fermezza. Non da ieri, ahimè da anni - la tribuna
ha detto la sua, com’è usa fare - sugli eccessi, sull’impunità che
circondava la kermesse (gli etilometri non schierati un tempo dai
vigili; gli scontrini mai controllati dalla Finanza; la tolleranza
complice e iper-lassista degli amministratori che altrove e per
altri predicano tolleranza «doppio zero»). Abbiamo tenuto duro,
sempre, anche contro gli attacchi dei promotori (tranquilli:
Salvadori, parlando di «certa stampa», si riferisce a noi).
Chi parla di Oktoberfest, dovrebbe andare davvero a Monaco: nessun
Maß a Marienplatz (e Treviso aveva e ha spazi: Foro Boario, prato
Fiera, Trevisoservizi). E vedere se gli agenti tedeschi tollerano
pisciate per le strade, bici divelte, sporcizia, degrado, come
avvenuto ieri a Treviso. Oggi siamo solo tristi. In altre
circostanze, avremmo registrato un piccolo grande successo. La
morte di Andrea non ha prezzo. Consola sapere che la città, più
lucida davanti allo specchio, realizza di dover smaltire una
sbornia. La prima di tante altre di questi anni, non solo
alcoliche. Serve un’«Ombra-curta», ma profonda, per ritrovare sé
stessi.
(21 ottobre 2008)