Parla la psicologa del centro Antidramma. La vittima: «Il mio dolore resti privato»
L’aveva fatto quando la vittima era un’altra, lo fa anche oggi, che la vittima è lei. La studentessa aggredita da Zuluaga sarà stamattina in aula, a pochi passi dall’uomo che le ha cambiato per sempre la vita. Sarà lì ad ascoltare come la giustizia può riparare l’ingiustizia suprema. Scelta di straordinario coraggio, prima di tutto: prova di forza da parte di una giovane donna che non si è lasciata sopraffare ed esempio per tante vittime di violenza. Ma anche terapia suggerita dalla psicologa che la sta seguendo dal giorno dell’accaduto. Guardare in faccia il male aiuta a superarlo, spiegano i padri della psicologia. «Ma attenzione, non è una regola valida per tutti: molto dipende dallo stato delle vittime», spiega la psicologa Antonella Baiocchi, direttrice dell’équipe Antidramma di Padova, «Chi subisce un’aggressione vive un doppio trauma: deve superare la destabilizzazione dovuta all’atto cruento e misurarsi con l’incontrollabilità degli eventi, col fatto che il pericolo è dietro ad ogni angolo. Come superare il trauma? Parlandone, rivivendolo, guardandolo il faccia, elaborando le responsabilità del “carnefice” . In alcuni casi si accompagna la persona nel luogo in cui si è consumata l’aggressione per aiutarla, appunto, a guardare in faccia la realtà. Molto dipende dallo stato psicologico delle vittime. Il percorso non può essere uguale per tutti, a volte ci sono delle circostanze troppo pesanti da sopportare e bisogna valutare se la persona ha la forza interiore per affrontarle. La valutazione insomma deve essere personalizzata, non ci sono regole uguali per tutti. La capacità del terapeuta sta proprio nell’individuare la soluzione migliore, seguendo i tempi del paziente».
La studentessa trevigiana, evidentemente, è pronta per questo difficile percorso. D’altra parte, fin dall’inizio, aveva dimostrato grande lucidità rifiutando qualsiasi vittimismo. Si è definita una «ragazza la cui vita dal 24 ottobre 2011 è un po’ cambiata». Ha rifiutato qualsiasi intrusione nella sua vita, esprimendo «fermo dissenso» alla costituzione di parte civile del Comune di Treviso. Lo ha fatto in una lettera a Ca’ Sugana lucida, asciutta, priva di fronzoli. «Ho già vissuto una drammatica esperienza», ha scritto la studentessa, «intendo affrontare il processo come luogo ove il giudice si occupi esclusivamente di quel che è purtroppo accaduto alla mia persona». Lucidità, ma non freddezza: «Ho molto sofferto in questo periodo e gradirei vivere nel privato il mio dolore senza che altri si facciano paladini in mia vece». Questa vicenda «è e resta solo mia, dei miei familiari e degli amici che con me hanno condiviso momenti davvero difficili».(s.t.)
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