La mappa dello scandalo: 50 immobili inutilizzati e nel degrado. Dentro e fuori mura
Chi scende dal treno alla stazione e mette piede in piazzale Duca D’Aosta ne vede subito 4: a sinistra le ex poste ferrovia, poi l’ex Camuzzi, a destra l’ex Cuor e l’ex Siamic.
Il benvenuto alla città dei fantasmi. Sono almeno 50 i contenitori vuoti del centro e dell’immediato fuori mura: scatoloni di cemento pubblici e privati che fino a pochi anni fa pulsavano di vita, di funzioni, di aggregazione, di affari. E oggi sono ridotti a vuoti a perdere, nel degrado e nell’abbandono più totale, alcuni da decenni, altri da pochi anni.
Sono stabili industriali, militari, commerciali e civili. Ex chiese, uffici, palazzi enormi, talvolta carichi di storia e memorie perduti forse per sempre. Da anni il grande risiko immobiliare legato all’operazione Appiani di Fondazione ha fatto concentrare attenzioni e baruffe solo su ex tribunale, ex provincia, e ora la (prossima ex) Prefettura, Dimenticandosi del tutto di altri edifici, colpevoli di essere meno noti ma non meno strategici nell’economia complessiva della città, e in particolare del suo tessuto civile e sociale.
Lo scorso weekend i giovani hanno occupato l’ex Telecom, abbandonata nel degrado. Ma che dire allora dell’ex Telecom di Via Panciera? E per restare alle grandi società pubbliche, la cittadella ex Enel a Carlo Alberto attende nuova vita. Entrambe sono inserite nel grande piano di riqualificazione cittadino benedetto dalla giunta, che comprende una dozzina di complessi: peccato che a oggi sia partito solo quello dell’ex Hesperia.
Tutte isole un tempo pregiate del centro, oggi votate in teoria alla residenza di lusso ma che rischiano di diventare altrettanti cattedrali vuote o semivuote come dimostrano i recenti complessi finiti ma non occupati.
Una passeggiata in città diventa inevitabilmente un pellegrinaggio di muri scrostati e finestre chiuse, quando non murate: le ex Poste in via Santa Caterina, l’ex Maracanà di piazza Giustiniani e il palazzo sovrastante, l’ex Inail, palazzo Onigo, l’ex chiesa di Santa Margherita, il teatro Sociale, l’ex archivio di Stato, l’ex Arpav (ben due palazzi vuoti a piazza Pio X e dintorni). Unica eccezione: l’ex osteria Colonna, invenduta e ora riqualificata in proprio da Veneto Banca.
Attende un futuro anche il gioiello del complesso dietro l’ex Tribunale, acquistato ancora 10 anni fa dal fondo Est Capital: nello scudo rovesciato compreso fra via Riccati via Canova e le carceri austriache (vuote anche queste) ci sono almeno due chiostri meravigliosi e la medievale ex caserma della Finanza. Ma ogni progetto sembra di là da venire.
Usciamo dal centro, e prendiamo la circonvallazione verso via Fratelli Bandiera. Ai piedi del cavalcavia, l’ex Cri e il palazzo all’angolo di via Reggimento Italia Libera sono lì a dire che il problema non si limita al «dentro mura». Ecco il Consorzio Agrario: è chiuso da 20 anni, e lungo la Restera, pochi metri più in là almeno un’area artigianale non ha visto nascere il nuovo complesso residenziale. A Santa Maria del Rovere l’antipasto sono il campetto dell’Eolo e il vicino market abbandonato, ma c’è una città nella città che aspetta idee e progetti, ma soprattutto vita: si chiama Salsa, ha una superficie che è 7 volte il San Leonardo, ha potenzialità semplicemente infinite.
Sempre in campo militare, come dimenticare le Serena a Sud, con annesso deposito? E l’ex distretto in riva al Sile, che ha appena perso i compratori? Ne cerca invano da anni il Comune, per l’ex caserma Piave: auguri. E visto che parliamo di caserme, quanto volume sprecato per De Dominicis e Cadorin?
Altro luogo caro ai trevigiani era la «stazionetta»« di Santi Quaranta, cantata anche da Paolini. E due bocciofile, in via Zermanese, e via Cacciatori, sono un ricordo. Di una Treviso diversa. E molto, molto più viva.
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