Camorra, assalto al Veneto. E la mafia sbarca a Treviso

La procura antimafia e le inchieste su holding Catapano, Crisci e clan dei casalesi. Nella Marca gli investimenti immobiliari del figlio del prestanome di Provenzano

    TREVISO. Il Veneto è nel mirino della camorra, che tenta di scalare le aziende in crisi, mentre la mafia apre aziende a Treviso con dei prestanome del boss Bernardo Provenzano.

    A lanciare l’allarme è la Procura della Dna (direzione nazionale antimafia), che ha acquisito la relazione relativa al primo luglio 2010-30 giugno 2011. Secondo il procuratore Luigi Del Pino, in buona parte del Veneto (esclusa l'area più a ridosso della Lombardia e del Lago di Garda) si è lasciato campo libero ad organizzazioni criminali di tipo mafioso diverse dalla calabrese, nell'ambito di quella che può definirsi una «strategia di delocalizzazione del crimine organizzato» che nel Veneto ha riguardato la camorra campana. Le inchieste avviate tra settembre 2010 e marzo 2011dimostrano la gravità del rischio.

    Due i blitz clamorosi:prima contro il clan Catapano (14 arresti) e poi contro Mario Crisci e il clan dei casalesi (29 ordinanze di custodia cautelare) sono più di un campanello d’allarme. Con il prestito ad usura a 50 imprenditori, il riciclaggio, l’intermediazione finanziaria e la riscossione di crediti, la camorra ha accumulato vere fortuna dirottate al sostentamento dei parenti dei boss della camorra in carcere.

    Un dato preoccupante, indicato dalla relazione, è la scoperta, in un'altra inchiesta, che il principale indagato cui era stata sequestrata a Palermo l'azienda, si era trasferito a Treviso, aprendo una società nello stesso settore e intestata alla moglie. Il padre dell'indagato era stato arrestato perché considerato uno dei prestanome del boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. I coniugi, trasferitisi in Veneto, avevano aperto una ditta che nel settore dei lavori pubblici si è aggiudicata gare con ribassi tali (oltre 45%) da eliminare ogni tipo di concorrenza. Contestualmente la società ha acquistato immobili nella Marca (investiti 1.500.000 di euro in soli 2 anni).

    La ditta, come scoperto dalla Dna, serviva a mascherare i veri interessi: a parte le prime gare vinte, era sostanzialmente inoperante, mentre la coppia continuava a fare investimenti immobiliari, mantenendo stretti contatti con persone a Palermo, dove gli indagati andavano frequentemente. Il principale indagato per salvare alcuni beni sfuggiti al sequestro e continuare a reinvestire come prestanome per Cosa Nostra, ha scelto una zona dove non era conosciuto e ha aperto una società di comodo con dei prestanome.

    08 febbraio 2012

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