Il metodo è tornato in auge a Treviso dopo il ricorso di una mamma di 38 anni. Ma l'oncologo Salvagno ribatte: l'ho sperimentata, è inefficace. Rizzotti, Advar: bisogna sapersi fermare
di Laura Canzian Salima Barzanti
Il medico Giuseppe Di Bella e una corsia del Ca’ Foncello
TREVISO. «Il nostro metodo non solo non è dimenticato, ma sta ottenendo riconoscimenti nel mondo. E oltre 2 mila sentenze hanno condannato le Asl a erogare la cura». Lo sostiene il figlio di Luigi Di Bella, il dottor Giuseppe, all'indomani del ricorso al giudice di una una malata trevigiana per ottenere dall'Usl 9 l'applicazione della terapia.
Scomparso da tempo dalle cronache italiane, il metodo «Di Bella» è tornato in auge a Treviso dopo il ricorso d'urgenza della mamma di 38 anni. Il caso è rimbalzato ieri nello studio modenese di Giuseppe Di Bella, erede della cura studiata dal padre.
«Sono un migliaio i pazienti e un centinaio i medici che applicano la terapia in Italia - spiega - Ci sono pubblicazioni scientifiche internazionali che la citano. L'ultima è di fine settembre. Si tratta dell'articolo apparso su Neuroendocrinology Letters: si fa riferimento allo studio su 553 pazienti trattati con questa terapia. I dati dimostrano che il metodo Di Bella ha ottenuto un evidente miglioramento nella qualità della vita e un aumento considerevole per quanto riguarda gli indici di sopravvivenza».
Secondo Di Bella il metodo non ottiene il riconoscimento ufficiale in Italia perché «va a sconfessare una serie di poteri, fra cui quelli accademici e universitari». Di parere ben diverso la medicina ufficiale. Il direttore sanitario dell'Usl 9 Pier Paolo Faronato: «Il nostro sistema sanitario ha deciso che i costi della terapia Di Bella erano superiori ai benefici. Noi cerchiamo di guarire chi è possibile guarire e di prenderci cura di tutti utilizzando quello che la comunità scientifica ritiene utile utilizzare».
Anna Mancini Rizzotti, presidente dell'Advar: «Siamo vicini al dolore della signora verso cui proviamo grande comprensione. Quando non si vedono alternative si ricorre a tutto, ma bisogna sapersi fermare. E i medici devono avere la lucidità e l'etica di dare consigli corretti al malato».
E sulle cure palliative si è tenuto ieri un convegno a Conegliano. «La cura Di Bella? Inefficace come antitumorale e superata come cura palliativa», ha dichiarato il dottor Luigi Salvagno, direttore dell'unità operativa di oncologia dell'Usl 7. Il medico è stato nell'equipe padovana che ha sperimentato la multiterapia antitumorale: «Le evidenze scientifiche hanno dimostrato che si tratta di una cura non efficace. Le cure palliative oggi sono molto più sviluppate: si possono possono proporre cure più specifiche per il singolo paziente».
22 ottobre 2010